Sanihelp.it – Nel 2026 continua a diminuire l’età del primo rapporto sessuale: quasi 1 giovane su 2 (49,6%), infatti, dichiara di aver avuto il primo rapporto sessuale tra gli 11 e i 16 anni, di questi oltre 1 su 10 (11,1%) afferma di averlo avuto prima dei 13 anni (un dato quasi quadruplicato rispetto al 2019, quando si attestava al 3,1%).
A rivelarlo sono i dati della nona edizione dell’Osservatorio Giovani e Sessualità di Durex, indagine realizzata con Skuola.net, tra marzo e giugno 2026. su un campione di oltre 15.000 giovani tra gli 11 e i 24 anni.
A questa sempre più marcata precocità si accompagnano comportamenti che espongono i giovani a maggiori rischi, primariamente per la salute. Il 32,1% non ha utilizzato il preservativo durante il primo rapporto sessuale, una quota che sale al 69,8% tra gli 11 e i 13 anni. Solo il 45,6% afferma, invece, di utilizzare sempre il preservativo (in netto calo – nel 2019 era il 56,7%), mentre il 66,1% ha fatto ricorso almeno una volta al coito interrotto (+11,6% dal 2018 e +6% dal 2025).
Ad aggravare la situazione, è anche la mancanza di riferimenti educativi autorevoli. Oltre la metà dei giovani (55,1%) cerca informazioni su sesso e contraccezione principalmente online, spesso per evitare l’imbarazzo del dialogo (37%). Solo il 7,8% si rivolge a genitori o adulti di riferimento, mentre quasi 1 giovane su 10 (9,3%) dichiara di non chiedere informazioni a nessuno. Il dialogo familiare continua, infatti, a rappresentare un elemento di forte imbarazzo: il 45,9% dei ragazzi non ha mai parlato di sessualità in famiglia, con il disagio a rappresentare – ancora oggi – il principale ostacolo (42,7%).
Nonostante il 44,3% degli intervistati confessi di non aver mai affrontato questi temi a scuola (e tra chi lo ha fatto solo il 21% ha giudicato gli incontri effettuati realmente utili), la scuola continua a essere percepita come uno spazio educativo fondamentale. Non sorprende, pertanto, che il 90,3% dei giovani continui a chiedere, con costanza nel tempo, l’attivazione di percorsi di educazione affettiva e sessuale a scuola, che per il 64,6% dovrebbero addirittura essere obbligatori. Inoltre, il 72,4% ritiene che a occuparsene non debbano essere gli insegnati ma medici, psicologi ed esperti qualificati, prediligendo modalità partecipative come gruppi di discussione e confronti in classe (30,2%).
Una richiesta, e questo oggi non può più stupire, che viene condivisa anche dagli adulti: il 90,7% degli insegnanti intervistati si è infatti detto favorevole all’introduzione dell’educazione affettiva e sessuale a scuola, con il 47,2% che ritiene dovrebbe iniziare già dalla scuola secondaria di primo grado; situazione simile per i genitori, con l’88,7% favorevole e con il 57% che la vorrebbe presente già alle medie.
«I dati continuano a restituirci l’immagine di una generazione che cresce in un contesto profondamente diverso rispetto al passato. Bambini e adolescenti entrano sempre prima in contatto con contenuti, modelli e stimoli legati all’affettività e alla sessualità, soprattutto attraverso il digitale e i social media, ma questo anticipo delle esperienze e delle esposizioni non è sempre accompagnato da un’adeguata crescita delle competenze emotive e relazionali», dichiara Filippo Nimbi, psicologo e sessuologo clinico, Professore associato di Psicologia Clinica presso l’università eCampus e Presidente Eletto della European Federation of Sexology.
«Colpisce quanto sia forte e trasversale la richiesta che arriva direttamente dai giovani: poter contare su spazi sicuri di ascolto e confronto, in famiglia, a scuola e nei contesti educativi. Non chiedono solo informazioni dal punto di vista biologico o sanitario, ma strumenti per comprendere il consenso, le relazioni, il rispetto reciproco, la gestione delle emozioni e dei rischi legati all’universo digitale. In un momento storico in cui il tema dell’educazione affettiva e sessuale è al centro del dibattito pubblico, questi dati ci ricordano che investire sulla formazione non significa incoraggiare comportamenti precoci, ma offrire ai ragazzi gli strumenti necessari per compiere scelte più consapevoli, sicure e rispettose di sé e degli altri» conclude Nimbi.



