Sanihelp.it – A margine del recente 12° Congresso nazionale della Società Italiana Parkinson e Disordini del Movimento LIMPE-DISMOV, Alessandro Tessitore Presidente della Società ha tenuto a far sapere che: «La curva del Parkinson sta salendo e, secondo le ultime proiezioni, potrebbe arrivare fino a 25 milioni di persone nel mondo entro il 2050. Oggi sappiamo che solo nel 10% dei casi questa patologia è dovuta a una specifica mutazione genetica. Nel restante 90% dei casi entrano in gioco l’interazione tra una predisposizione individuale e fattori ambientali e comportamentali sui quali è possibile intervenire. La prevenzione deve quindi diventare una priorità condivisa, che coinvolga cittadini, comunità scientifica e decisori pubblici. L’aumento atteso dei casi rende il Parkinson una questione di sanità pubblica: non basta potenziare cure e assistenza, serve anche ridurre il rischio a monte, prima che la malattia si manifesti».
Ci sono persone che hanno una certa predisposizione alla malattia: significa che nella maggioranza dei casi non c’è un singolo gene responsabile, ma una vulnerabilità biologica: un insieme di caratteristiche che può restare silente oppure diventare rilevante se si sommano esposizioni e abitudini sfavorevoli. È qui che entrano in gioco i fattori modificabili. Tra i fattori sui quali si può intervenire, l’ambiente pesa perché agisce ogni giorno e spesso per anni: numerosi studi indicano che l’esposizione a pesticidi, a specifiche sostanze chimiche (come il tricloroetilene) e all’inquinamento atmosferico può incidere sul rischio di Parkinson. Il punto cruciale è che nella vita reale queste esposizioni raramente arrivano isolate: più spesso avvengono in combinazione. E quando le sostanze si mescolano, gli effetti possono sommarsi o potenziarsi in modo rilevante, risultando anche molto superiori rispetto a quanto osservato valutando i singoli composti separatamente.
La prevenzione funziona davvero solo se le politiche sono coerenti lungo l’intera filiera. In Europa, ad esempio, alcune sostanze sono vietate o fortemente regolamentate per l’uso interno, ma continuano a essere prodotte ed esportate verso Paesi con normative meno stringenti, per poi rientrare attraverso prodotti importati. Un meccanismo che rischia di vanificare gli sforzi di prevenzione e che evidenzia la necessità di politiche coerenti e coordinate a livello internazionale. Alcune esperienze internazionali suggeriscono che intervenire sulle esposizioni possa tradursi in effetti misurabili nel lungo periodo. Nei Paesi Bassi, ad esempio, negli ultimi anni è stata osservata una riduzione dell’incidenza della malattia in parallelo all’adozione di politiche più rigorose su pesticidi, solventi e inquinanti. Un messaggio chiaro: la prevenzione non è solo teoria, ma può avere effetti concreti.
Accanto all’ambiente, la prevenzione passa anche da comportamenti protettivi. In particolare, l’attività fisica è tra i principali fattori protettivi noti, con evidenze sia sul rischio sia sulla progressione della malattia. Uno stile di vita sano contribuisce inoltre a ridurre i processi infiammatori, considerati un possibile meccanismo coinvolto nello sviluppo della neurodegenerazione.



