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Risonanza magnetica, neuromelanina e diagnosi di Parkinson

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Pubblicato il: 28-02-2019

Risonanza magnetica, neuromelanina e diagnosi di Parkinson © iStock

Sanihelp.it - Le immagini di risonanza magnetica della neuromelanina, costituiscono un marcatore della funzionalità dei neuroni della dopamina della sostanza nera cerebrale.

La riduzione del contrasto nelle immagini di risonanza magnetica, effettuate su delle sezioni del cervello umano dipendono effettivamente dalla perdita di neuromelanina, cioè dei neuroni che producono dopamina, legata alla malattia di Parkinson.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) e condotto presso l’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Itb) di Segrate-Milano in collaborazione con il Department of Psychiatry Columbia University Medical Center di New York.

«Nei neuroni della sostanza nera del cervello umano che producono dopamina si accumula una sostanza chiamata neuromelanina. Questi neuroni vengono persi nella malattia di Parkinson- ha spiegato Luigi Zecca dell’ Cnr-Itb che ha aggiunto: - Erano già stati pubblicati numerosi studi, eseguiti con la risonanza magnetica (Rm o Mri), che nelle immagini mostrano una riduzione del contrasto nella zona (sostanza nera) dove si registra la perdita di neuroni della dopamina in soggetti affetti da Parkinson. Finora, però, non avevamo la certezza che la riduzione di contrasto fosse dovuto alla perdita dei neuroni e della neuromelanina in questa zona del cervello».  

«Il metodo di risonanza magnetica della neuromelanina è stato verificato mediante correlazione con il rilascio di dopamina osservato nelle immagini della tomografia ad emissioni di positroni (Pet). Inoltre è stato convalidato con misure del flusso sanguigno, utilizzando immagini di risonanza magnetica funzionale (fMri) nella zona in cui ci sono i neuroni della dopamina», ha proseguito il ricercatore.

Questa procedura potrà essere utilizzata per ricerche su altre patologie neurologiche e psichiatriche in cui sia presente un’alterata attività della dopamina.

«Abbiamo impiegato le immagini di risonanza magnetica della neuromelanina per studiare pazienti con schizofrenia e soggetti con elevato rischio per le psicosi, usando sempre come confronto la Pet e la fMri- , ha concluso Zecca. «In questi casi abbiamo osservato che il segnale delle immagini di risonanza magnetica della neuromelanina è correlato alla gravità delle psicosi nella schizofrenia e nei soggetti a rischio di schizofrenia. Questo suggerisce che il metodo possa diventare un marcatore del rischio per le psicosi, prima della comparsa di una manifesta schizofrenia. Questi soggetti potrebbero così beneficiare di un trattamento tempestivo con farmaci antidopaminergici. Inoltre questa metodologia è non-invasiva, poco costosa, semplice e rapida da eseguire con una strumentazione (risonanza magnetica a 3 Tesla) largamente disponibile in molti ospedali».



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Redazione - comunicato stampa

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