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Boom di casi di fegato grasso: colpa della dieta

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Pubblicato il: 04-05-2017
Boom di casi di fegato grasso: colpa della dieta © Thinkstock

Sanihelp.it - Un italiano su 4 è affetto da fegato grasso, ovvero da steatosi epatica non alcolica (Nafld), un fattore predisponente alle malattie croniche di fegato (fino alla cirrosi) e alle malattie cardiovascolari.

Il fegato grasso al momento è la più comune malattia di fegato nel mondo, presente nell’80-90% degli obesi e nel 30-50% dei diabetici: nella sua comparsa interviene un fattore potenzialmente correggibile, cioè una dieta ricca di grassi e di calorie, tipica dei regimi dietetici di tipo occidentale, che si sono troppo discostati dal regime della dieta mediterranea.

Negli ultimi anni tuttavia ci si è resi conto che questo effetto negativo delle diete piene di cibo spazzatura non è sempre diretto, ma anche mediato da un ospite silenzioso e importantissimo per la salute, il microbiota intestinale: è l'insieme di miliardi di batteri localizzati in particolare nel piccolo intestino, che possono raggiungere una massa di 2-3 chili.

Il microbiota facilita la digestione e l’assorbimento degli alimenti che passano dallo stomaco nell’intestino. Allo stesso tempo, il tipo di alimenti che compongono la dieta abituale di un individuo è in grado di modellare la composizione del microbiota.

Uno studio pubblicato nel 2010 su PNAS ha valutato la flora batterica intestinale di un gruppo di bambini di Firenze, paragonandola a quella di un gruppo di bambini del Burkina Faso. I bimbi africani, che hanno una dieta a base di verdura, frutta e fibre, presentavano una maggiore variabilità nella composizione del microbiota intestinale, rispetto a quello dei bambini italiani, che seguono un regime alimentare ricco di carne, fruttosio e altri zuccheri complessi.

Una ridotta variabilità del microbiota predispone a una serie di patologie: aumenta la suscettibilità allo stress ossidativo, altera il metabolismo degli zuccheri e dei grassi e predispone al sovrappeso-obesità, in particolare a livello viscerale, all’insulino-resistenza e al diabete mellito, alle patologie cardiovascolari, ai tumori e, come scoperto più di recente, anche alla steatosi epatica non alcolica.

Chi consuma una dieta ricca di frutta e verdura ha un microbiota ricco di tante specie batteriche diverse (Actinobatteri, Bacteroides, Firmicutes, Proteobatteri), mentre chi indulge in una dieta occidentale o nel cibo da fast food presenta un microbiota ricco solo di Firmicutes. Questo squilibrio predispone a maggior stress ossidativo, a un aumento della permeabilità a livello dell’intestino (soprattutto del piccolo intestino), con conseguente passaggio delle tossine batteriche (soprattutto del lipopolisaccaride batterico) e di altre componenti tossiche nel circolo portale, che le veicola al fegato,dove provocano danni e facilitano l’infiammazione.

Questo microbiota dalla composizione squilibrata e dalla scarsa variabilità induce un aumento dei livelli circolanti di citochine infiammatorie, che predispongono alla formazione della placca ateromatosa e favoriscono l’aggregazione piastrinica; fattori che predispongono allo sviluppo di eventi cardiovascolari nel medio-lungo termine.

Secondo stime americane, entro il 2030 il fegato grasso sarà la principale causa di cirrosi e la prima causa di ricorso al trapianto di fegato, superando le epatopatie croniche da virus dell’epatite B e C e la cirrosi alcolica.

Ma il modo per contrastare questa epidemia di malattie epatiche e cardiovascolari esiste. La dieta mediterranea non determina quegli squilibri nutritivi tipici delle diete vegetariane o vegane a lungo andare possono avere importanti ripercussioni sulla salute (anemia, problemi neurologici, possibile predisposizione dei vegani all’Alzheimer). Allo stesso tempo ci consente di coltivare il microbiota intestinale.



FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI:
Società Italiana di Gastroenterologia e Endoscopia Digestiva (Sige)

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