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Quando la radioattività cura

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Pubblicato il: 17-11-2004

Tutti conosciamo quanto la radioattività può essere pericolosa, e allora perché nella medicina termale il nostro sistema sanitario contempla l'uso di acque radioattive?

Sanihelp.it - Se la radioattività è nociva perché esistono terapie che si basano su acque che contengono radon? Quale è il suo principio di azione e che cosa può curare? Sanihelp.it ha intervistato il Dottore Salvatore Lo Cunsolo, responsabile sanitario delle terme di Merano, specializzate in questo tipo di trattamenti.

Cosa si intende per acqua radioattiva?
«L’acqua radioattiva non è altro che un tipo di acqua termale in cui è disciolto il gas radon. Secondo le leggi italiane un’acqua per essere considerata radioattiva deve contenerne almeno 1 nano curie».

Esiste una classificazione delle acque radioattive?
«In base alla quantità di radon emanato, si classificano in deboli, medie e forti però una vera classificazione è impossibile perchè ogni acqua ha caratteristiche proprie. Oltre al radon, infatti, ci sono tanti oligoelementi che interagiscono con esso e rendono ogni acqua unica.».

Quando è stata scoperta? Da quanto viene usata?
«Per quanto riguarda Merano la ricerca delle sorgenti radioattive è stata fatta in modo sistematico alla fine degli anni quaranta. Scoperta l’acqua, le cure in forma sperimentale sono iniziate dopo gli anni sessanta e nel 1972 è stato inaugurato il centro termale costruito ad hoc per le cure termali con acqua radioattiva. Attualmente lo stabilimento è in fase di ristrutturazione e riaprirà il prossimo settembre».

Quale è il suo principio di azione?
«Il radon ha una spiccata lipofilia e agisce nel tessuto nervoso con un’azione sedativo-analgesica e miorilassante. È in grado di stimolare l’asse ipofisi-surrene e ipofisi-tiroide con l’aumento del metabolismo basale.
Aumenta l’attività estrogenica mediante stimolazione diencefalica e ipofisaria che regolarizza il flusso mestruale e migliora il trofismo della mucosa vaginale nelle patologie infiammatorie croniche e distrofiche.
Inoltre è prospettata un’azione anti-anafilattica mediante un’azione di desensibilizzazione. Sui vasi venosi ha un’azione tonica, interessante l’azione nelle vie respiratorie in caso di patologia infiammatoria cronica».

Che tipi di terapie si effettuano con l’acqua radioattiva?
«Le cure vengono somministrate su indicazione medica mediante fango-balneotarepia, balneoterapia con idromassaggio, inalazioni ed irrigazion».

Ma siamo davvero certi che quest’acqua non fa male?
«Siamo veramente tutti coscienti che la radioattività è pericolosa?
Sicuramente tutti sappiamo che una radiografia è utile per diagnosticare una malattia; che la TAC ci ha permesso di fare passi enormi nella diagnostica e che la scintigrafia viene spesso utilizzata per rilevare eventuali metastasi di una neoplasia già nota! La quantità di radiazioni che si riceve in questi casi, già alta in una semplice radiografia, cresce in maniera esponenziale con la scintigrafia. Eppure l’utilità di questi strumenti giustifica il loro utilizzo.
Noi abbiamo dimostrato che la quantità di radiazioni assorbita dai nostri pazienti è da considerarsi infinitesima e quindi praticamente esente da rischi reali e comunque non significativamente superiori all’ irraggiamento naturale a cui ognuno di noi è sottoposto a causa per esempio delle radiazioni cosmiche o quelle emanate dal suolo.

Ma al di la di questo credo sia più importante dimostrare una utilità reale di queste acque tale da giustificarne l’uso, ed a questo proposito posso citare due studi che dimostrano la bontà di queste cure:
  • Studio oggettivo degli effetti di un ciclio di crenoterapia inalatoria con acque oligominerali radioattive fluorurate, del professore Tommaso Ma rullo, pubblicato nell’agosto 2000 su Acta (organo ufficiale della Società Italiana di Otorinolaringologia e Chirurgia Cervico-Facciale).
  • Valutazione dell’efficacia e della tollerabilità della fango balneo terapia radioattiva nella gonartrosi. Studio comparativo versus Marconi terapia eseguito dal professor Marcolongo e della professoressa Fioravanti e pubblicato su Minerva medica nel novembre del 2000».


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Redazione Sanihelp.it

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